Traduzione e filosofia: di cover e altre scoperte

Rubrica: secondo appuntamento

Continua il percorso della prima rubrica di Tradz e questo mese Giacomo ha deciso di portarvi nel magico mondo delle cover musicali (se vi siete persi la prima puntata vi basta cliccare qui, anche perché se non leggete la prima parte ci capite di meno e Giacomo si offende). Vi sembrerà una scelta insolita, ma se leggerete fino in fondo troverete che tutto ha un senso. D’altronde la filosofia nasce per dare delle spiegazioni, per ragionare sulla vita, ma non per questo bisogna considerarla come una disciplina lontana dalla realtà, perciò anche dietro un argomento apparentemente banale si possono celare grandi verità.

 

Fonsi, Despacito, cover italiana a cura di…

Nella scorsa puntata, ci eravamo lasciati con questa “scoperta”: la traduzione è come l’aria che respiriamo, ci anima e vivifica senza farsi troppo vedere, ma è ovunque.

Si sa, essere fedeli a qualcuno o qualcosa è sempre un grosso problema: si corre il rischio di perdersi nell’altro senza ritrovare più se stessi, appiattendo ogni distanza. Si finisce allora per concedersi totalmente all’infedeltà, correndo il rischio di perdere l’altro e di non ritrovarlo più.

Questo, in fondo, è il dilemma della traduzione: come posso essere fedele? Che cosa mai significa essere fedele? A che cosa poi dovrei mai essere fedele? A un significato? A un senso? A un contesto? A un rapporto tra significato e contesto? E chi più ne ha più ne metta.

Se il termine “fedeltà” sembra da tanti punti di vista appartenere a un mondo ormai scomparso, possiamo usarne altri, come “corrispondenza”, “isomorfismo”, “analogia”, ecc. Ma il problema resta sempre lì: come facciamo a trasformare qualcosa senza perdere troppo di quel qualcosa? A che cosa dobbiamo prestare particolare attenzione, di quel “qualcosa”?

Ed è un dilemma che riguarda non soltanto i testi scritti, il linguaggio: riguarda il nostro mondo, tutto ciò che è espressione.

In questa nuova puntata proviamo allora a chiederci: che cosa significa fare una cover? Cioè: che cosa significa “tradurre una canzone”? Perché fare una cover significa esattamente cercare di tradurre una canzone!

Confesso di subire un certo fascino per le cover, soprattutto per quelle più sgualcite, più sguaiate, più improbabili: forse perché è lì che si esercita il fascino della traduzione, è lì che emerge quella tensione ambigua tra imitazione e trasformazione.

Fino a che punto una cover somiglia ancora al pezzo originale e quando invece comincia a essere “irriconoscibile”? Per che cosa gli somiglia? In che cosa dovrebbe somigliarvi? Quanti tipi di cover può supportare e sopportare un brano? In quanti modi e generi possiamo riuscire a trasporlo? Quali tipi di voce riescono a rendergli giustizia? Perché e fino a che punto la SIAE ha voce in capitolo anche sulle cover? …

Ogni volta che facciamo o ascoltiamo una cover, in poche parole, stiamo facendo i conti con i problemi con cui ha a che fare un traduttore professionista o in senso stretto. La traduzione, insomma, rivela qualcosa del nostro mondo, del modo in cui viviamo, di tutto quel che facciamo.

Per farla breve, prendo tre piccoli esempi.

  1. Esistono cover rap? Il rap rimescola ogni carta in materia di traduzione: è fatto di campionamenti e citazioni, in cui i confini tra ripresa e modifica sfumano, al punto da sconvolgere i canoni con cui nella musica pop si individua un plagio. Il rap, da un certo punto di vista, è fatto di traduzioni: si riprende una base citandola per scriverci sopra un testo diverso, spesso in un’altra lingua; si riprendono pezzi di altri brani per produrre una nuova base.

Eppure, se c’è una cosa che non può esistere nel rap, questa è la cover! Fare una cover rap significa non fare rap, a differenza di quanto accade nel pop, dove le cover sono persino un esercizio di stile. Al punto che nel pop si può prendere la musica di una canzone, tradurre letteralmente un testo nella propria lingua e continuare ad avere una cover. La cosa ha comunque senso, per quanto il suo effetto possa risultare straniante. E per la cronaca, è successo davvero, a Extra-Factor, ma i video sono scomparsi (forse è un bene).

Anzi, spesso una cover pop ci disturba quando è talmente diversa dall’originale da finire per “distorcerla” o “smembrarla”.

Nel rap, tutto questo non ha senso. I brani rap sono intraducibili: i testi sono o dovrebbero essere talmente propri che nessuno può cantarli per qualcun altro.

Puoi tenere la stessa base, ma devi avere un testo totalmente diverso: non avrai una cover, ma uno strano ibrido tra un brano tuo e un brano di qualcun altro (una citazione, al più).

Puoi far vedere che sai rappare certe strofe alla stessa velocità dell’originale: non avrai comunque né una cover, né un pezzo rap.

Al limite, si può tradurre un pezzo (t)rap in un altro genere: avrai sì una cover, ma non una cover rap. Ci si sta divertendo particolarmente Dolcenera ultimamente, ma vale la pena ricordare anche Asia Ghergo.

La cosa sembra funzionare un po’ così: proprio perché la traduzione nel rap gioca un ruolo così centrale, non sono ammesse che traduzioni creative. Insomma, si accetta che si peschi e si prenda dagli altri, ma a patto di rendere nettamente visibile la propria originalità rispetto all’originale.

  1. Dalle post-cover alle pre-cover. Una cover, quasi per definizione, si fa dopo che il brano originale è venuto al mondo. Quasi, perché esistono anche le pre-cover: sulla base dei primi rumors o spoilers di un pezzo in uscita, ci si può immaginare come sarà il brano effettivo, reale, e pre-tradurlo in una sorta di pre-registrazione. È uno degli intrattenimenti che offre il canale YT Le cover del cantautore misterioso.

Possiamo immaginare un libro che venga pre-tradotto? Forse, ma nessuno (che io sappia) ci ha ancora mai provato. Al limite, possiamo scrivere oggi in italiano il prossimo libro di Kafka (difficile, non impossibile già oggi e un software forse un giorno ne sarà facilmente in grado), ma comunque non arriverà mai l’originale con cui fare il confronto.

Ma non solo: fatto 30, si fa sempre 31. Siamo già pronti a vedere un brano originale che, sulla base della pre-cover, viene modificato dall’autore “originale” prima di essere diffuso, così da cambiare rispetto alle intenzioni stesse dell’autore? Chissà… Ma a quel punto, quale sarebbe l’originale? Chi starebbe “coverizzando” chi?

Com’è che a un certo momento un traduttore sembra conoscere l’autore che sta traducendo meglio di quanto questo conosca se stesso, tanto da poter osare di pre-tradurlo?

  1. The André canta… Qualcosa di simile lo troviamo in un canale YT che, credo, aprirà un modus coverendi: Gab Loter. Vi è mai capitato di chiedervi come si esprimerebbe su qualcosa o qualcuno vostro nonno (o Calvino, o chivoletevoi), se oggi fosse vivo?

Ebbene, con The André canta… la post-cover arriva proprio post-mortem, ma in un modo assai particolare. Ci si domanda infatti qualcosa del tipo: come suonerebbe oggi De André, se fosse vivo? Come suonerebbero i “pezzi di oggi” in mano a De André? (preferite Beethoven? Lucio Battisti? attendiamo il canale!)

Il risultato è che non si capisce più se si sta facendo la cover di De André o la cover dei pezzi suonati alla De André: chi sta traducendo chi? In questo caso, poi, il traduttore che ruolo ha? Di fatto, non ci mette niente di suo, eppure ci sta mettendo tutto ma proprio tutto, perché non è De André: una sorta di doppia traduzione simultanea.

Un po’ come se oggi riscrivessimo alla Kafka un libro di J.K. Rowling: che cosa ne verrebbe fuori? Fino a che punto saremmo dei “semplici” traduttori e fino a che punto saremmo dei veri e propri scrittori?

O, se si preferisce, un po’ come se io mi mettessi a fare l’imitazione di Gigi Sabani che imita Adriano Celentano: quale mostro nascerebbe? Che cosa succederebbe?

In realtà, in tutti questi casi (reali o immaginari) succede una cosa molto affascinante, nascosta in ogni traduzione, a partire – di nuovo – da quella linguistica.

Prendiamo un dilemma con cui agli aperitivi (pseudo)intellettuali ci si può facilmente riempire la bocca: ma l’arte sta nella forma o nel contenuto?

De André canta… ci spiega molto bene che la risposta è che l’arte sta nello stile, il quale è proprio il modo in cui un contenuto prende forma e una forma esprime un contenuto.

E ce lo spiega perché, a ben vedere, fa una cosa molto semplice ma difficilissima da portare a termine: separa la forma-De André dal contenuto-De André. Canta “come” De André, ma è un “come” tutto spostato sugli aspetti più nettamente formali, come la tonalità, il canto, l’arrangiamento, ecc., mettendo invece totalmente in secondo piano aspetti più immediatamente contenutistici, come i testi, i temi, il rapporto tra modo di cantare e modo di trasmettere un messaggio, la relazione tra melodie e significati, ecc.

De André canta… non esprime semplicemente lo stile di De André, come saremmo portati a credere, ma l’aspetto formale dello stile di De André: proprio in questo modo, infatti, ci fa vedere che dello stile di De André fa parte anche l’aspetto contenutistico. Alla fine infatti, ascoltando queste cover tendiamo a pensare che testi che sembrerebbero “vuoti” (che lo siano davvero, è ora un altro discorso) diventano sorprendentemente “pieni”.

Però, è proprio così che ci ritroviamo a riconoscere che quei testi non sono i testi di De André o alla De André, cioè che l’aspetto formale non basta a rendere ragione dello stile di De André: ci sono anche i suoi contenuti (semplicemente diversi, prima di essere migliori, ma qui si aprirebbe una parentesi da chiudere preventivamente).

Questo, in fin dei conti, è il problema di ogni traduzione, il suo fascino e la sua difficoltà: bisogna tradurre sempre uno stile, mai semplicemente una forma e mai semplicemente un contenuto, ma sempre il loro rapporto.

Non c’è dubbio, è un gran casino; eppure, lo si fa, c’è chi lo sa fare: ancora una volta, la virtù del perfetto traduttore sarà sì l’invisibilità, ma è quella dell’aria che fa la differenza senza darsi troppo a vedere. Verrebbe da dire: senza darsi troppe arie. Ma non lo dico.

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